Resoconto stenografico
INDAGINE CONOSCITIVA
La seduta comincia alle 14,10.
(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).
PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulle istituzioni ed i processi di governo della globalizzazione, l'audizione dell'amministratore delegato di ENI S.p.A., Paolo Scaroni.
Ringrazio il dottor Scaroni per aver accolto l'invito a partecipare a questa audizione, che svolgiamo nel quadro dell'indagine conoscitiva deliberata dalla Commissione sui processi di governo della globalizzazione, questione cruciale del nostro tempo.
Se il dottor Scaroni è d'accordo, potremmo organizzare i nostri lavori in modo che alla sua introduzione seguano le domande e le considerazioni dei deputati della Commissione.
Do la parola al dottor Paolo Scaroni.
PAOLO SCARONI, Amministratore delegato di ENI S.p.A. Signor presidente, signori deputati, grazie per avermi dato l'opportunità di discutere di un importante tema quale l'energia.
Anticipo subito il messaggio che vorrei darvi oggi: il petrolio e, soprattutto, il gas non sono più commodities la cui importanza è in funzione del prezzo. Al contrario, queste risorse sono considerate, oggi come non mai, strumenti di politica estera.
Un risiko moderno vedrebbe probabilmente giacimenti di gas e pipelines al posto dei carri armati. Da qui, signori deputati, l'importanza del vostro ruolo a livello nazionale, comunitario ed internazionale: le problematiche energetiche sono di natura politica, e dalla politica devono venire le risposte alle nuove sfide.
Per comprendere appieno i cambiamenti in essere, mi soffermerò qualche minuto sulla struttura dei mercati energetici.
I Paesi industrializzati consumano il 60 per cento della produzione mondiale di petrolio ma, nell'insieme, detengono appena il 4 per cento delle riserve.
Per contro, cinque Paesi del Medio Oriente (Arabia Saudita, Iran, Iraq, Kuwait ed Emirati arabi uniti) dispongono del 65 per cento delle riserve mondiali, a fronte di un consumo totale pari al 7 per cento. La Russia, con il suo 5 per cento delle riserve, è il secondo produttore al mondo, dopo l'Arabia saudita, e gran parte della sua produzione è destinata all'Europa e all'Asia.
La Cina, dal canto suo, consuma l'8 per cento del greggio mondiale - quindi ancora relativamente poco - e importa il 50 per cento del proprio fabbisogno.
Nonostante queste asimmetrie tra regioni che producono e che consumano, il mercato petrolifero mondiale è aperto e concorrenziale; la maggior parte della produzione mondiale, inoltre, viene esportata, anche grazie alla modesta incidenza finale sul barile dei costi di trasporto.
Questa è la principale differenza rispetto al mercato del gas.
Attualmente, le grandi aree di consumo del gas sono il Nord America, l'Europa e l'Asia. Tuttavia, le produzioni di gas di queste aree non riescono a soddisfare il loro fabbisogno, che prevede una crescita dei consumi dal 2020 di oltre 660 miliardi di metri cubi.
Il problema riguarda in particolar modo l'Europa, e su questo discorso vorrei soffermarmi: oggi l'Europa dipende al 61 per cento dalle importazioni e nel 2020 importerà l'86 per cento del proprio fabbisogno di gas.
Il mercato del gas è ancora regionale, a causa degli elevati costi di trasporto: liquefazione, shipping e rigassificazione del GNL - il gas naturale liquefatto - influiscono per una percentuale compresa tra il 30 e il 45 per cento sull'attuale prezzo del gas.
In Europa, i consumi di gas continuano a crescere, sospinti in particolare dall'accordo di Kyoto, che, in poche parole, prevede minor uso di carbone e un maggior utilizzo di gas.
La produzione interna è in continuo declino; anche i Paesi esportatori, come il Regno Unito e i Paesi Bassi, vedono le loro riserve assottigliarsi, mentre le importazioni continuano ad aumentare. L'Europa dovrà, pertanto, potenziare il proprio sistema di infrastrutture di trasporto, per connettere i diversi mercati nazionali. Sarà necessario costruire infrastrutture di liquefazione, per assicurarci una diversificazione degli approvvigionamenti attraverso una globalizzazione dei flussi.
Oggi l'Europa è già dipendente da un oligopolio di fornitori: la Russia copre il 25 per cento dei consumi europei e l'Africa (intendendo soprattutto l'Algeria) il 17 per cento.
Per l'Italia, la situazione è ancora peggiore, perché dipende per il 34 per cento dall'Algeria e per il 28 per cento dalla Russia. Nel 2020, la situazione si deteriorerà ulteriormente: la dipendenza europea dall'importazione arriverà all'86 per cento (di cui il 32 per cento dalla Russia) e quella italiana addirittura al 96 per cento. Ciò significa che la Russia e l'Algeria, ma anche la Nigeria e forse l'Iran, saranno pilastri essenziali del fabbisogno energetico europeo.
Vorrei richiamare l'attenzione su un particolare importante. Lo scenario prospettato per l'Italia nel 2020 presuppone sia che ci dotiamo di infrastrutture di rigassificazione importanti, sia che nel mondo ci sia sufficiente disponibilità di gas liquefatto, altrimenti saremo ancora più dipendenti da Algeria e Russia di quanto non siamo già. Il 15 per cento indicato dalle previsioni presuppone che in Italia si costruiscano almeno cinque rigassificatori e che, per di più, vi sia il gas liquido per rifornirli.
Passo ora a trattare brevemente, in tale quadro, del ruolo delle compagnie petrolifere internazionali, in particolare dell'ENI. Tengo particolarmente a questa presentazione perché ho l'impressione che la percezione delle multinazionali del petrolio sia filtrata da troppi miti e distorsioni della realtà.
Cominciamo a prendere in considerazione il ruolo delle compagnie petrolifere internazionali e lo strapotere dei Paesi produttori. In occidente, si continua a pensare che le grandi compagnie internazionali siano in grado di controllare il mercato petrolifero. Niente di più sbagliato: oggi sono i Paesi produttori e le loro compagnie internazionali a controllare oltre il 90 per cento delle riserve provate di greggio e l'80 per cento di quelle di gas naturale.
Questo è il risultato più evidente di un processo storico di riappropriazione delle riserve da parte dei Paesi produttori, riserve sulle quali esercitano ormai un controllo quasi assoluto attraverso le proprie società di Stato le cosiddette National Oil
Companies (NOC), che hanno accresciuto significativamente la loro presenza anche nei mercati downstream.
Nelle mani delle prime dieci compagnie al mondo vi è più del 66 per cento delle riserve - oltre un terzo della produzione mondiale -, ed esse sono tutte sotto il controllo diretto dei Governi dei Paesi produttori. Le prime dieci compagnie al mondo per riserve sono tutte compagnie nazionali dei Paesi produttori.
La Exxon Mobil, la prima compagnia internazionale petrolifera al mondo, si colloca al quattordicesimo posto, con ventidue miliardi di barili, e possiede meno della metà della più piccola delle National Oil Companies, che è quella libica. Ciò vi offre la misura di come il mercato del petrolio sia - giustamente - controllato dai Paesi produttori di petrolio e niente affatto dalle compagnie internazionali.
In questa classifica, l'ENI non compare, ma sarebbe al trentesimo posto per riserve, con circa sette miliardi di barili, vale a dire circa un settimo della compagnia libica nazionale, ovvero la più piccola delle National Oil Companies.
La conseguenza è che il potere contrattuale è saldamente nelle mani dei Governi dei Paesi produttori. In gergo tecnico, definiamo «government take» la percentuale dei redditi da petrolio che resta in mano ai Paesi produttori. Essa va dal 98 per cento, nel caso dell'Iran, al 73 per cento, nel caso dell'Angola. Pertanto, i redditi del petrolio - come è giusto che sia, perché le risorse sono loro, non nostre - restano largamente in mano ai Paesi produttori.
In genere, l'introito complessivo del Governo - dal Regno Unito agli Stati Uniti, dall'Iran al Venezuela, dalla Nigeria alla Russia - rappresenta più del 90 per cento dei ritorni delle vendite di petrolio. In sintesi, la quasi totalità delle riserve di idrocarburi sono sotto il controllo dei Governi dei Paesi produttori e il petrolio e il gas garantiscono loro rendite elevate. Spesso, i ricavi delle esportazioni rappresentano una gran parte del prodotto interno lordo e gli idrocarburi sono al centro dei rapporti di cooperazione internazionale.
Per i Paesi del petrolio, tale risorsa rappresenta il centro della loro politica, che ad essa, così liquida e così ricca, ruota intorno.
Da ciò emerge l'importanza del Governo e del legislatore nazionale ed europeo sul terreno degli idrocarburi, dal momento che l'Italia e l'Europa hanno bisogno di un approvvigionamento energetico affidabile ed economicamente accessibile. Per raggiungere questi due obiettivi, occorre un new deal energetico con i Paesi produttori.
Petrolio e gas sono di loro proprietà, e non nostra; la stessa Carta delle Nazioni Unite individua le risorse minerarie come espressione fondamentale della sovranità statale nazionale, principio che tutti noi dobbiamo rispettare e sviluppare.
Spetta a voi legislatori predisporre una combinazione di politiche interne e comunitarie per trovare soluzioni di equilibrio tra esigenze che sembrano difficilmente conciliabili. Spetta a noi, società del settore, porre in essere comportamenti e modelli contrattuali che siano rispettosi delle esigenze di quei Paesi, che devono percepirci come partner affidabili e solidali, e non già come sfruttatori.
Veniamo ad ENI. A partire da Mattei, ENI ha sviluppato una terza via, un modo nuovo di stabilire rapporti paritetici, che già allora scardinò le logiche vigenti e che oggi ci permette di essere all'avanguardia nei rapporti con le compagnie petrolifere nazionali che detengono le riserve, come dimostrano l'accordo di partnership strategica con la società russa Gazprom - che prevede la fornitura di gas naturale fino al 2035 - e lo sviluppo di progetti comuni integrati in diversi Paesi.
Credetemi, essere concepiti come partner equi ed affidabili è oggi l'unico modo per poter operare con quei Paesi.
Questa politica di attenzione e di rispetto che ENI ha per i propri interlocutori è dimostrata anche dalla creazione di ENI Foundation, organismo grazie al
quale poniamo in essere tutte le nostre iniziative legate alla Corporate Social Responsibility (CSR).
L'uomo, i diritti umani, il rispetto delle culture sono per noi all'ordine del giorno, e tutto questo fa parte della nostra strategia, documentata nel bilancio di sostenibilità che abbiamo redatto per la prima volta quest'anno e che mettiamo a vostra disposizione.
Dal punto di vista politico, l'Italia può giocare un ruolo importante grazie al fatto che il nostro Paese non è considerato tra quelli con una tradizione coloniale pesante. La nostra presenza in quelle aree - mi riferisco al Medio Oriente, al nord Africa e all'Iran - non è mai giudicata invasiva e siamo certamente considerati molto meno «abrasivi» di compagnie di altri Paesi che hanno un passato più rilevante del nostro in quelle aree del mondo. Occorre fare tesoro di ciò e saper promuovere questo vantaggio competitivo.
In vista dell'audizione odierna, ieri ho proposto al Ministro D'Alema di istituire un corso di formazione per i diplomatici italiani destinati ad operare nei Paesi del petrolio. Il corso sarà tenuto da noi nell'ambito della scuola «Enrico Mattei», in modo che i diplomatici che operano nei Paesi del petrolio abbiano una «cultura degli idrocarburi», che sarà molto importante per poter dare un contributo allo sviluppo delle relazioni con quegli stessi Paesi.
Non insisterò mai abbastanza sulla necessità di avere una politica estera nazionale che supporti le azioni delle nostre imprese. Per darvi un'idea, il Dipartimento di Stato americano ha un proprio rappresentante permanente per l'area del Caucaso, che considera di fondamentale importanza nello scacchiere energetico mondiale. In quell'area, Ministri e Presidenti del Consiglio italiani di ogni appartenenza politica hanno più volte annunciato visite che, per una ragione o per l'altra, hanno faticato a concretizzarsi, creando malumori a livello locale. È invece importante che in quell'area ricominciamo ad avere una presenza politica di livello adeguato, che supporti la nostra azione.
Da soli non possiamo fare tutto, anzi occorre una politica energetica comune a livello europeo, che solo voi legislatori potete sviluppare, dal momento che manca una base giuridica nel Trattato che ci permetta di avere una sola voce nei rapporti con i Paesi produttori.
Nel ringraziarvi, rimango a vostra disposizione.
PRESIDENTE. La ringrazio molto, dottor Scaroni.
Do la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre quesiti e formulare osservazioni.
ANGELO BONELLI. Vorrei rivolgere due domande al presidente Scaroni.
In primo luogo, vorrei conoscere la sua opinione riguardo ai dati relativi alla situazione energetica del Paese: vorrei sapere se lei condivide - dal punto di vista oggettivo - il fatto che, dal 2003 (l'anno del famoso black-out) sino ad oggi, il potenziale di energia elettrica installata nel nostro Paese è stato aumentato di 26 mila megawatt; inoltre, alcune centrali italiane esportano oggi energia in altre aree d'Europa, tra cui la Francia ed altri Paesi, entrati da poco nell'Unione europea. Le chiedo quindi se lei condivide questi dati.
La seconda domanda riguarda l'attenzione alle culture e al rispetto dei diritti umani nelle aree di estrazione del petrolio, di cui si è parlato in precedenza. Le chiedo se l'ENI è ancora oggi escluso - risulta esserlo dal 2004 - dagli indici di investimento socialmente responsabili, in particolar modo l'FTSE 4 Good Global 100.
Inoltre, per quanto riguarda i problemi emersi in seguito ad alcuni recenti fatti di cronaca - i rapimenti di operatori ENI in Nigeria, che fortunatamente si sono risolti in modo positivo -, vorrei sapere come intende l'ENI risolvere la questione in merito alla quale persino la Corte di giustizia nigeriana è già intervenuta. Mi riferisco al gas flaring, pratica vietata che determina una grave immissione in atmosfera di CO2.
In conseguenza di ciò - ma ho usato la Nigeria solo come riferimento -, le chiedo se l'ENI intende affrontare il problema di quella sorta di «debito ecologico» contratto con le comunità che hanno subìto e subiscono l'estrazione di idrocarburi, senza trarne evidentemente alcun tipo di vantaggio, considerate le condizioni di estrema povertà in cui vivono (in particolar modo nel delta del Niger).
A mio avviso, esiste un ritardo veramente molto grave sulla questione del gas flaring; tale pratica, che per anni è stata utilizzata e ancora oggi è in uso, è vietata perché produce tonnellate di CO2 che si disperdono nell'atmosfera.
MARGHERITA BONIVER. Vorrei porre una domanda molto semplice al dottor Scaroni.
Lei ha parlato in modo molto chiaro; la sua introduzione è stata completa, in tutta la sua drammaticità, nell'illustrare la già nota dipendenza dell'Italia nei confronti dei Paesi produttori per il proprio approvvigionamento di gas e di petrolio.
La mia domanda, che non vuole certamente essere provocatoria, è la seguente: se lei fosse per un solo giorno legislatore, anziché amministratore delegato di una società come l'ENI, quale provvedimento riterrebbe opportuno prendere, considerandolo particolarmente urgente?
RAMON MANTOVANI. Sono molto lieto di questa occasione; ho trovato molto interessante la relazione del dottor Scaroni, e sono particolarmente contento di aver sentito evocare - me l'aspettavo, in qualche modo - la tradizione dell'ENI, a partire dalla cosiddetta «formula Mattei».
Vorrei sottoporle quattro questioni, ma non si spaventi, perché sono collegate tra di loro, tranne una. In ogni caso, sarò molto rapido.
Negli ultimi quindici anni, ci sono stati, sulla scena internazionale, molti cambiamenti che hanno visto protagonisti i Paesi produttori di petrolio e di gas; tali cambiamenti comprendono anche tentativi, riusciti e poi rimessi in discussione, di sottrarre al controllo dei Governi, dei Paesi e delle proprietà pubbliche le risorse energetiche, fenomeno evidente soprattutto in America Latina.
Vorrei quindi sapere, innanzitutto, quale sia l'opinione dell'ENI su questo tema. Credo che l'ENI, peraltro, sia coinvolto in qualcuno di questi processi di ripubblicizzazione e di ricontrattazione dei rapporti ( se mi sbaglio, mi corregga); in ogni caso, mi interessa un giudizio su questo processo al quale abbiamo assistito.
In secondo luogo, in quali termini si deve guardare al futuro in merito alla realizzazione del suddetto progetto e dell'evocata «formula Mattei»? Ovvero, questa formula peculiare della nostra industria idrocarburi come «vive» oggi nel mondo?
L'ENI è una grande società e immagino che anche lei, dottor Scaroni, abbia un'opinione da esprimere su quale tipo di politica estera debba sviluppare il nostro Paese. Lei si è limitato a chiedere che venga attuata una politica estera che supporti l'approvvigionamento di energia. Potrebbe, tuttavia, in occasione di questa audizione, entrare un po' più nello specifico e dare indicazioni che ci facciano capire qual è il vostro punto di vista?
Siamo reduci da una missione in Messico e abbiamo scoperto che in quel Paese si discute, al contrario di quanto accade in altri Paesi dell'America Latina, dell'eventuale privatizzazione di Pémex. Vorrei sapere quali sono l'opinione e il punto di vista di ENI.
Infine, lei ha parlato - forse questo è un punto un po' vago, anche se è importante che l'abbia richiamato - delle questioni che riguardano le responsabilità sociali e, per citare le sue parole, «le tematiche che riguardano l'uomo, i diritti umani e il rispetto delle culture». Ovviamente, fa piacere che ci siano queste attenzioni, ma le pongo comunque la seguente domanda: in che modo si misurano le responsabilità sociali e la compatibilità di alcune scelte con gli effetti sociali che producono? Come si affrontano nel concreto le tematiche che lei ha evocato?
Sono curioso di ascoltare anche le risposte che darà al collega Bonelli, che ha posto questioni che interessano molto anche a noi.
GIORGIO CARTA. Presidente Scaroni, ho ascoltato con molta attenzione la sua chiara panoramica sulla posizione dell'ENI. Visto che l'ENI, insieme ad altre società produttive nazionali, è considerato partner affidabile, qual è oggi la situazione dei rapporti - il cosiddetto «principio Mattei» - con le altre multinazionali? Le pongo questa domanda perché non si tratta di cosa da poco: lei l'ha affermato in un passaggio, nel quale diceva che l'Italia è considerata un Paese non invasivo.
Lei ha fatto riferimento anche alle iniziative umanitarie. Le pongo quindi la seguente domanda: l'ENI come riesce ad intervenire in quei regimi «delicati» nei quali la democrazia non è ancora consolidata? Vi sono Paesi in cui la situazione, per quanto riguarda questi diritti, è abbastanza pesante. Vorrei sapere, ad esempio, quale rapporto vi sia tra l'ENI e il Venezuela, Paese che ultimamente ha rinazionalizzato tutte le fonti di energia petrolifere.
Per quanto concerne, invece, le politiche ambientali, in certi Paesi non vengono molto rispettate o, perlomeno, vengono messe al secondo posto. Ciò accade soprattutto nei Paesi più industrializzati, e non in quelli meno industrializzati. In merito a questo problema, come si rapporta l'ENI? Quali possono essere, secondo la vostra esperienza, le indicazioni per una politica estera più incisiva in questo ambito?
TANA DE ZULUETA. Signor presidente, vorrei rivolgere al dottor Scaroni un paio di domande sull'Iraq.
Nella tabella sulle riserve energetiche, il nord dell'Iraq è al quinto posto per la dimensione delle riserve di sua proprietà. La nuova legge sull'industria petrolifera approvata dal Parlamento iracheno ha accolto una richiesta, posta in termini piuttosto perentori dalle società americane operanti in Iraq e dal Governo americano, riguardo all'adozione dei Production Sharing Agreements.
Questo tipo di contratto - che la Russia per esempio ha abbandonato, risalendo al terzo posto, dopo che le riserve sono tornate di sua esclusiva competenza - consente alle società che lo sottoscrivono di mettere in bilancio le riserve dei Paesi firmatari, naturalmente con gran beneficio dei conti.
Vorrei sapere se la nuova legge farà perdere all'Iraq il quinto posto e qual è la posizione dell'ENI riguardo a questo tipo di contratto, che a me sembra abbastanza lontano dalla «formula Mattei» (anche se potrei sbagliarmi).
Sottolineo, inoltre, che in Iraq i sindacati dei lavoratori del settore hanno protestato contro questa legge con uno sciopero e sono stati oggetto di una repressione abbastanza dura da parte delle forze dell'ordine.
Vorrei altresì porre una domanda che riguarda il passato dell'ENI. Con il precedente regime iracheno avevate un accordo di concessione piuttosto vantaggioso per l'estrazione delle riserve non ancora lavorate, insieme alle compagnie russa e francese. Le chiedo qual è lo status di questi passati accordi, quindi se sono ancora validi o se sono stati cancellati.
FRANCO NARDUCCI. Vorrei sapere come si sta attrezzando l'ENI per il futuro, sia in Italia, sia rispetto agli altri partner, sia riguardo a quello che sta avvenendo nel mondo dell'economia avanzata e dei nuovi strumenti operativi.
Ritengo che, grazie all'accordo con Gazprom, sia stato compiuto un passo veramente molto significativo in questo senso. Tuttavia, occorre ampliare gli orizzonti e, soprattutto, le strategie, perché nei prossimi anni anche noi saremo costretti a confrontarci sempre più duramente con i problemi dell'energia.
KHALIL ALÌ detto ALÌ RASHID. Signor presidente, ho apprezzato molto la relazione del dottor Scaroni, ma anche lo spirito che guida l'azione dell'ENI. A conferma
di quanto detto, sono testimone del fatto che l'ENI viene accolto in modo positivo in tutti i Paesi in cui opera.
Vorrei porre due domande, riguardo all'attuale ruolo dell'ENI in Iran. Come noto, l'Iran è uno dei grandi produttori di petrolio in Medio Oriente, con quattro milioni e mezzo di barili al giorno, di cui 2,5 usati per il fabbisogno nazionale. Le infrastrutture sono vecchie ed obsolete, per cui ogni anno la produzione diminuisce del 2,5 per cento; nel giro di pochi anni, la capacità produttiva dell'Iran si ridurrà molto.
Come è collocata l'ENI in questi Paesi? Cosa intende fare, e con quali progetti, per il futuro?
La seconda domanda riguarda il Sudan. L'ENI è l'azienda che ha scoperto il gas nella zona del Mar Rosso ed è stata la prima grande società petrolifera presente in Sudan. Poi, inspiegabilmente, per molti anni è stata assente, mentre oggi si assiste al suo ritorno.
Vorrei capire dall'amministratore delegato il perché di questa lunga assenza e per quali motivi l'ENI ritorna oggi, dopo aver perso anni preziosi.
GIANNI FARINA. Ringrazio il dottor Scaroni per l'esposizione estremamente interessante. Partendo da ciò, vorrei svolgere alcune considerazioni e alcune riflessioni.
Nel mio girovagare, sia nell'altra sponda del Mediterraneo - Algeria, Marocco, Tunisia, Libia - che, ultimamente, nel Caucaso, ho potuto constatare come l'immagine dell'ENI sia, in quei luoghi, una delle migliori del nostro Paese.
Generalmente, si pensa a questa grande impresa come portatrice di novità, facendo riferimento anche ai rapporti avanzati rispetto a quelli di altre tradizioni, storie e culture.
Lei ha parlato della proposta che l'ENI ha rivolto al Ministero degli esteri e al Ministro D'Alema circa la formazione di quadri diplomatici in grado di affrontare sul posto il problema energetico.
Direi che si tratta di una novità sostanziale, che non solo vale per il problema energetico, ma che, secondo me, dovrebbe essere una costante di tutta la politica estera del nostro Paese.
La domanda che vorrei rivolgerle è la seguente: a parte la diplomazia, l'ENI prevede anche un forte impegno di formazione sul posto, ovunque operi? Mi sembra un aspetto decisivo per la formazione dei quadri e per lo sviluppo di un forte processo democratico nei Paesi in cui l'ENI opera. Lo ritengo essenziale e decisivo sia per l'immagine dell'ENI, sia per l'immagine complessiva del nostro Paese.
PRESIDENTE. Per quanto mi riguarda, vorrei soltanto sentire ancora una parola da parte del dottor Scaroni circa il tentativo dell'Unione europea di dotarsi di una politica energetica comune per affrontare la sfida globale dell'approvvigionamento.
Do la parola al dottor Scaroni per la replica.
PAOLO SCARONI, Amministratore delegato di ENI S.p.A. Cercherò di rispondere raggruppando le domande, in modo da dare un'unica risposta. Comincerei con la domanda dell'onorevole Bonelli sulla crescita dell'energia elettrica.
L'Italia ha compiuto, ormai da quindici anni, la scelta risoluta di ristrutturare il nostro sistema di produzione elettrica puntando sui cicli combinati. Noi siamo il Paese al mondo con più energia elettrica da ciclo combinato, quindi da gas.
Spesso, dico che, quando accendiamo la luce, stiamo in realtà aprendo il rubinetto del gas.
Questa è la sostanza di ciò che accade in Italia, in quanto siamo l'unico Paese al mondo che ha fatto questa scelta; non giudico se sia stata una scelta saggia o meno: ormai l'abbiamo compiuta e non ci resta che fare tutto il possibile per avere il gas che ci serve, nella quantità che ci serve, ai prezzi più bassi possibili - naturalmente - e con la sicurezza di approvvigionamento che il gas richiede.
Vi mostravo come il gas arrivi dai gasdotti, attraversando molti Paesi. Si tratta di un prodotto difficilmente trasportabile,
per il quale non esiste, di conseguenza, un mercato mondiale. Pertanto, la scelta di produrre energia elettrica dal gas implica una politica energetica mirata, attentissima alla delicatezza della situazione.
Io spesso dico - facendo un discorso non molto popolare, ma del quale sono purtroppo convinto - che, qualunque cosa si faccia, dobbiamo tenere conto che la sicurezza del nostro approvvigionamento sarà il pilastro fondamentale per i prossimi quindici anni. Che ci piaccia o meno, dobbiamo fare i conti con questa realtà, che nasce dalla scelta di usare il gas per produrre energia elettrica.
Per quanto riguarda l'esportazione, è vero che a volte esportiamo energia elettrica, ma l'Italia resta soprattutto un grande importatore. In certe ore del giorno e in certi mesi dell'anno, siamo esportatori, nel senso che le Borse di Germania e Francia hanno prezzi più alti della Borsa italiana, e quindi esportiamo; tuttavia, l'Italia importa ancora, mediamente, circa il 15 per cento dell'energia elettrica che consuma. Questo è un altro record mondiale, dal momento che il secondo importatore di energia al mondo, almeno per quanto riguarda l'Europa dei grandi Paesi, è il Regno Unito, con il 3 per cento del suo fabbisogno. Anche su questo terreno rappresentiamo qualcosa di diverso; non intendo dare a questa affermazione una connotazione negativa, ma si tratta di una situazione diversa, di cui dobbiamo tenere conto.
Per quanto riguarda gli indici come il FTSE 4 Good o il Dow Jones Sustainability, non ne siamo stati esclusi: la realtà è che noi non ci siamo applicati per rientrarvi.
Non tutte le compagnie petrolifere sono presenti: ad esempio, vi rientrano la Shell e la BP, forse la Total, certamente non la Exxon né la Chevron. Noi stiamo compiendo un grande sforzo proprio per entrare in questi indici di sostenibilità, che per noi rappresentano un punto di arrivo.
Ci auguriamo di entrare a farne parte quanto prima, e lo sforzo del bilancio di sostenibilità - sul quale forniremo la relativa documentazione - costituisce un passaggio fondamentale per essere ammessi a questi indici, per i quali occorre osservare una serie di parametri, non economici, bensì di sostenibilità, dandosi degli obiettivi per il raggiungimento di determinate performance su questo terreno.
Vorrei spendere qualche parola sul gas flaring. Si tratta di una pratica ancora molto diffusa nel mondo. Quando nell'estrazione del petrolio fuoriesce il gas associato, esso può essere sfruttato (ma sono necessari i tubi che lo conducano in un porto, occorre caricarlo su una nave, liquefarlo; l'intero processo, quindi, comporta una serie di investimenti), oppure lo si può iniettare nuovamente nel pozzo, sostenendo determinati costi. Infine, lo si può bruciare. Questa, naturalmente, è la soluzione peggiore, poiché si distrugge una risorsa, generando CO2. Ricordo che la CO2 non è un'emissione inquinante, vale a dire che non inquina il posto in cui si brucia, ma crea l'effetto serra a livello mondiale. Pertanto, non ha un impatto locale, bensì globale.
Da questo punto di vista, in particolare in Nigeria, siamo i recordmen, nel senso che ricorriamo al gas flaring meno di chiunque altro. Abbiamo creato una centrale elettrica chiamata «Obi Obi», dove produciamo energia elettrica per la Nigeria, per la quale riceviamo addirittura i certificati bianchi, ovvero i certificati di emissione di CO2. Inoltre, abbiamo assunto l'impegno, in esecuzione di una legge nigeriana, di eliminare completamente il gas flaring per il 2010, poiché ciò richiede una serie di investimenti, che faremo e che siamo ben felici di fare.
Detto questo, il gas flaring è una pratica ancora molto, troppo diffusa, e sicuramente è uno dei terreni su cui si può intervenire più facilmente contro l'effetto serra e le emissioni di CO2.
Vorrei spendere qualche parola sulla «formula Mattei». Essa è sostanzialmente consistita di una diversa spartizione dei redditi del petrolio. Oggi, le compagnie
petrolifere nazionali lo fanno da sé perché hanno il coltello interamente dalla parte del manico.
Peraltro, siamo convinti di poter offrire ai Paesi in cui operiamo una serie di attività che non sono quelle di estrazione del petrolio o del gas, ma delle quali vi è comunque grande esigenza. Ne cito una per portare un esempio, ossia la produzione di energia elettrica da gas. Paradossalmente, molti dei Paesi in cui noi operiamo - a cominciare dall'Angola, ma anche il Congo e la Nigeria - sono ricchissimi di petrolio, ma non hanno la luce, perché manca l'energia elettrica. Pertanto, fare investimenti nel settore elettrico, dove noi siamo operatori, al contrario della gran parte delle altre compagnie petrolifere, può consentirci di partecipare allo sviluppo del Paese e di presentarci in una forma un po' diversa rispetto agli altri.
Lo stesso discorso vale per gli investimenti nel settore della raffinazione o della petrolchimica o nello sviluppo del sistema del gas, un altro dei campi di cui noi ci occupiamo e in cui gli altri operatori sono assenti. Per intenderci, nessuna delle altre compagnie petrolifere ha l'Italgas o la Snam Rete Gas come parte della propria azienda. Noi, invece, possiamo mettere a profitto questa nostra competenza.
Per quanto riguarda Pemex, se volete la mia opinione, ho l'impressione che la sua privatizzazione non avverrà. Addirittura, nella Costituzione messicana è scritto che le risorse minerarie sono di proprietà dei messicani, quasi a dire di tenere «giù le mani» dalle risorse minerarie. Quindi, francamente ho qualche dubbio.
Vorrei farvi notare, peraltro (questa è un'osservazione che si fa spesso), che il fatto che le risorse petrolifere siano in mano, come avete visto, a compagnie nazionali o nazionalizzate, e quindi, sostanzialmente, con un tasso di efficienza molto lontano dalle nostre società internazionali, rappresenta per noi un'opportunità.
Quando le compagnie nazionali sono gestite in modo iperefficiente (come nel caso, ad esempio, dell'Aramco, in Arabia Saudita, dove hanno nazionalizzato l'azienda, lasciando le stesse strutture delle compagnie americane, e dove il 70 per cento dei dipendenti sono americani e inglesi), non vi è un ruolo per le compagnie internazionali. Infatti, sia l'aspetto tecnologico, sia il project management, sia, in generale, l'intera capacità di operare restano nelle mani della compagnia nazionale.
Quando, invece, la compagnia nazionale viene nazionalizzata, con tutte le tipiche caratteristiche burocratiche di una compagnia nazionale, il ruolo delle compagnie internazionali viene esaltato.
Mi è stato chiesto quale rapporto abbiamo con le altre multinazionali e come si concili con la cosiddetta «formula Mattei». Ebbene, da questo punto di vista, i terreni sono leggermente diversi. Nei grandissimi progetti - ne cito uno per tutti, quello di Kashagan, in Kazakistan, gestito da ENI e che prevede investimenti per 20 miliardi di dollari -, ci associamo sempre con le grandi compagnie internazionali, che hanno uomini, mezzi, competenze ed esperienze da mettere al servizio di un progetto così grande.
Giochiamo invece un ruolo un po' diverso quando siamo associati con le compagnie nazionali. È il caso dell'Algeria, della Libia, dell'Egitto, dell'Angola e della Nigeria. In questi Paesi, spesso l'associazione è al 50 per cento tra noi e la compagnia nazionale.
Per quanto riguarda il tema dei Paesi in via di democratizzazione, dico spesso che il petrolio non si trova in Svizzera. Quindi, è necessario andare a cercarlo dove si trova, ossia in Paesi spesso complicati, difficili, che vivono fasi del loro sviluppo, anche politico, diverse dalle nostre.
Su questo terreno, osserviamo scrupolosamente un codice di comportamento - che, tra l'altro, fa parte del nostro bilancio di sostenibilità - per interagire con culture così diverse dalla nostra. Naturalmente, cerchiamo di ingerirci il meno possibile nella politica, anzi, cerchiamo di dare un contributo ai Paesi in cui operiamo, soprattutto in termini di formazione.
Mi è stato chiesto quali sono le nostre attività sotto il profilo della formazione. Ebbene, ricordiamoci, innanzitutto, che quando sentite dire che in Nigeria lavorano 2 mila persone, 1940 sono nigeriane e occupano tutte la gerarchie della nostra azienda. Non so se avete letto qualche giorno fa che, in Nigeria, il nostro direttore del personale - purtroppo è stato rapito, ma in seguito liberato - è nigeriano. Dirò di più. Abbiamo nigeriani, congolesi e angolani a San Donato milanese, i quali non lavorano sul loro Paese. Sono con noi perché sono uomini ENI e, pur essendo, magari, angolani, si occupano del Kazakistan. Siamo dunque un'azienda internazionale da tutti i punti di vista, con completa soddisfazione.
Per quanto riguarda l'Iraq, mi rendo conto che questo è un tema piuttosto sensibile. Innanzitutto, alcuni anni fa, all'epoca in cui Saddam Hussein era saldamente in sella, avevamo firmato un Memoranding of undestanding (MOU, non un contratto) per due campi in Iraq: uno nel sud dell'Iraq e un altro in Kurdistan. Questo MOU doveva essere perfezionato mentre erano in atto le sanzioni nei confronti dell'Iraq. Ci siamo rifiutati di perfezionarlo - anche perché non avremmo potuto - e, a questo punto, è stato stracciato.
Riguardo al nostro atteggiamento nei confronti dell'Iraq, posso dire che da più di un anno stiamo formando, a rotazione, tecnici petroliferi iracheni a San Donato milanese. Per loro, svolgiamo un servizio di prospezione mineraria e di valutazione delle riserve che esistono oggi in Iraq. Lo facciamo per tenere un collegamento con questo Paese, che resta, come vedete, uno degli «Eldorado» del petrolio nel mondo. Non vi sono molti Paesi con la quantità di riserve dell'Iraq. Attendiamo l'approvazione della legge sul petrolio, che ancora non è stata varata.
Il PSA è una formula assolutamente tipica del settore. È applicata da decine di Paesi, a cominciare dal Kazakistan, fino alla Cina, all'Angola e potrei proseguire a lungo. Non vi è nulla di strano, dunque, nel PSA. Anzi, per certi aspetti è una formula contrattuale che si addice molto a Paesi con poche risorse da investire. Infatti, tutti gli investimenti vengono realizzati dalla compagnia internazionale, secondo un piano prestabilito, e, quando il campo petrolifero entra in produzione, una fetta dei ricavi va a ripagare innanzitutto i costi che la compagnia internazionale ha sostenuto. È una formula molto utilizzata; peraltro, il Parlamento iracheno non ha ancora approvato alcuna legge in proposito e noi attendiamo di vedere cosa avverrà su questo terreno.
Visto che parliamo di estero, vorrei spendere due parole sull'Iran e sul Sudan. Noi siamo in Iran da alcuni anni, dove rappresentiamo la prima compagnia internazionale. È vero che la produzione dell'Iran continua a declinare, mentre al contempo i consumi continuano a crescere. L'Iran è infatti il Paese al mondo col prezzo della benzina più basso, ovvero meno di 10 centesimi di dollaro al litro, cifra assolutamente ridicola. La popolazione cresce, i consumi crescono e le produzioni calano.
In questo contesto, noi abbiamo un'attività, peraltro piuttosto limitata da vari fattori, ivi comprese le formule contrattuali fin qui usate, che non rendono gli investimenti particolarmente convenienti. Saremmo naturalmente pronti, qualora le formule contrattuali diventino più redditizie, a rivolgerci nuovamente a quel Paese come a uno degli altri «Eldorado» del petrolio. Come vedete, si parla di 289 miliardi di barili; pertanto, è certamente un Paese in cui ci interessa operare.
Per quanto riguarda il Sudan, a noi risulta che le scoperte, almeno quelle a terra, le abbia fatte la Chevron. In Sudan non siamo presenti; non so se lo eravamo in precedenza, ma in questo momento noi non operiamo nel Paese.
Dirò poi due parole sull'immagine dell'ENI. Mi fa piacere che qualcuno di voi, che gira per il mondo, senta parlare bene della nostra azienda. Il merito va ai nostri padri, perché per costruirsi una reputazione si impiegano decenni; sappiamo bene che la reputazione è un bene che si costruisce in cinquant'anni, mentre si distrugge in cinquanta secondi. Pertanto, la
curiamo sempre con grande attenzione. La reputazione in questo mestiere è un elemento fondamentale di credibilità per poter operare.
All'interno di tutto questo, sono convinto che si possa fare di più. Essere italiani è un plus, non è un minor, poiché è positivo essere italiani nel mondo del petrolio. Dobbiamo giocare il più possibile la carta dell'italianità, con le nostre rappresentanze diplomatiche innanzitutto. Per questo, abbiamo avuto l'idea di tenere un corso, magari anche solo di due o tre settimane, per i diplomatici che andranno nei Paesi del petrolio, in modo che entrino subito in questo mondo. Una delle caratteristiche dei Paesi del petrolio, infatti, è la seguente: siccome il petrolio è una risorsa così ricca e così facile, si crea una situazione simile a quella di una partita di calcio all'oratorio. In altre parole, sono tutti intorno alla palla, laddove la palla è rappresentata dal petrolio.
Nei Paesi del petrolio, tutti si occupano di petrolio. Quindi, il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il Ministro del petrolio, il Ministro dell'energia, sono tutti intorno a questo bene, che è la fonte della sopravvivenza del Paese. In senso negativo, dunque, il petrolio tende a uccidere gli altri settori, perché è così attrattivo di per sé che attira tutti gli ingegni e tutti i talenti. Si lavora tutti in questo settore, dove è più facile avere successo, ricchezza, e così via.
Questo fa sì che un nostro diplomatico in un Paese del petrolio finisce per parlare solo di quello, perché è il centro dell'attenzione di tutti; per questo, è importante che sia formato e abbia le idee chiare in proposito.
Il presidente mi chiedeva - e anche l'onorevole Boniver, in modo più provocatorio - che cosa desidererei o farei se fossi un legislatore. Colgo l'occasione per rispondere anche sulla politica energetica europea.
Come dicevo prima, sono convinto di questo: mentre il petrolio costa caro, ma c'è (la sicurezza di approvvigionamento non è un tema sul tappeto), il gas, invece, ha problemi di sicurezza di approvvigionamento, che per noi europei - e per noi italiani in particolare - sono estremamente delicati. Noi non possiamo restare senza gas, soprattutto d'inverno, ma neanche d'estate.
Il gas ci arriva da lontanissimo, dalla Siberia o dal deserto del Sahara; le possibilità che smetta di arrivare o che vi siano ostacoli esistono - eccome - come abbiamo constatato un paio di inverni fa. A mio avviso, noi italiani dobbiamo farci promotori di uno sforzo affinché l'Europa giochi un ruolo da primo attore su questo tema energetico, soprattutto riguardo all'approvvigionamento del gas.
Già oggi, i temi energetici sono in cima alla lista di ogni incontro multilaterale, ivi compreso il G8; si parla soprattutto di energia, e ho l'impressione che l'Unione europea non abbia la struttura per affrontare questo tema con l'autorevolezza e con l'autorità che mi sembrano necessarie. Pertanto, in tale direzione, sarebbe auspicabile un'iniziativa italiana che comprendesse vari aspetti, tra cui, per esempio, la costruzione di una rete europea del gas, che consenta di far sì che i rigassificatori spagnoli siano messi al servizio dei consumi italiani. Tutto questo presuppone la creazione di una rete europea di trasporto del gas.
Nella lista dei desideri legislativi degli addetti ai lavori, vi sono poi altri temi, che vanno dall'abolizione mirata del debito dei Paesi produttori più svantaggiati, all'abolizione dei dazi sui prodotti agricoli dei Paesi petroliferi, anch'essi svantaggiati. Infatti, dovremmo fare tutto il possibile affinché questi Paesi non diventino totalmente «petroliodipendenti», poiché questo è il grande rischio di chi scopre il petrolio sul suo territorio.
Presidente, credo di avere toccato tutti i temi; se ne ho dimenticato qualcuno, sono pronto a dare un supplemento di risposta.
ANGELO BONELLI. Riguardo alla CO2, mi permetto di puntualizzare quanto segue. È vero che il gas flaring produce CO2, ma esso inquina anche, producendo ossidi di azoto. Quindi, non è vero che il gas
flaring non inquini a livello locale. Inquina molto e determina anche danni ambientali alla salute delle popolazioni limitrofe. Il gas flaring produce CO2, ma inquina a causa degli ossidi di azoto e dai particolati prodotti. È solo una puntualizzazione.
RAMON MANTOVANI. Sul Venezuela, vorrei che approfondisse la questione delle responsabilità sociali, di come cioè si misurano i temi dei diritti umani, e quant'altro.
PAOLO SCARONI, Amministratore delegato di ENI S.p.A.. Vorrei spendere due parole sul Venezuela, perché l'avevo dimenticato; poi cercherò di aggiungere qualche considerazione sulla responsabilità sociale dell'impresa.
Sul Venezuela, il mio atteggiamento in generale è quello che mi ripeto tutte le mattine per essere sicuro di non dimenticarlo. Il petrolio è loro e ogni Paese produttore può fare del petrolio quello che gli pare. Questo Paese ha con noi un contratto di PSA. Vuole rescinderlo? Lo faccia. La risorsa è loro. Il problema è che, se vogliono cambiare sistema, devono pagare per la rottura contrattuale.
Noi, in Venezuela, avevamo il grande campo di Dacion dove producevamo 60 mila barili di petrolio al giorno. Tra parentesi, l'avevamo comprato acquisendo la compagnia britannica LASMO, la quale aveva all'interno il campo di Dacion.
Il signor Chavez ritiene di voler gestire le risorse del suo Paese in modo diverso? Perfetto. Vuole rinazionalizzarlo? Sono d'accordo, basta che mi rifonda il valore del campo di Dacion, perché, altrimenti, non si tratta di nazionalizzazione, bensì di furto.
Siccome lo nazionalizza senza voler pagare il valore del campo, gli faccio causa, portandolo in arbitrato internazionale e andando dritto per la mia strada. Non ho alcun problema. Io, tra l'altro, sono lì a tutelare i miei azionisti. Ho 300 mila azionisti nel mondo, i quali hanno investito nella nostra azienda, confidando sul fatto che tuteli i loro interessi.
Non intendo, dunque, esprimere giudizi sul fatto che Chavez faccia bene o meno a rinazionalizzare i campi. Rilevo soltanto - ma lo dico come curiosità - che, dopo un anno di gestione, sono passati da 60 mila barili al giorno a meno di 40 mila; si tratta di una semplice osservazione. Dico che, a fronte di un esproprio/rinazionalizzazione, noi abbiamo diritto all'equo indennizzo, e su questo procedo con serenità.
Sul tema della responsabilità sociale dell'azienda, vorrei riprendere il discorso sugli indici di sostenibilità, di cui il più prestigioso è il Dow Jones sustainability oppure c'è il FTSE 4 Good, sul quale ho qualche esperienza. Forse, voi sapete che ho lavorato sia in ENEL, che in ENI, portandola a guadagnare gli indici FTSE 4 Good e Dow Jones sustainability. Sto ripercorrendo, dunque, la stessa strada in ENI. Tutto questo prevede, in termini di responsabilità sociale dell'impresa, alcuni assunti che vanno dalla definizione di codici di comportamento, alle modalità di assunzione del personale nei Paesi dove operiamo, al mantenimento di una certa proporzione tra uomini e donne, al rispetto della diversità di religione, di localizzazione, e così via. In altre parole, abbiamo una serie di condizioni a garanzia del fatto che il nostro comportamento sia socialmente sostenibile e responsabile nel lungo termine.
Tutto questo scaturisce da una fotografia dell'esistente, che troverete nel rapporto di sostenibilità che vi daremo - come vedrete, è un documento piuttosto completo -, e soprattutto stabilendo alcuni obiettivi, inseriti nei nostri piani, che successivamente vengono misurati, poiché in questi indici si può entrare ma anche rapidamente uscire, se non si fanno i necessari progressi.
Facciamo tutto questo perché sono personalmente convinto che, quando un'azienda opera in una comunità - e la nostra opera in molte comunità -, contrae con essa una sorta di contratto implicito. In base ad esso, la comunità permette all'azienda di operare - quindi di fare il suo lavoro, realizzare i suoi profitti, vendere i suoi prodotti - solo nella misura in cui l'azienda contribuisce a lungo termine al benessere della stessa comunità. Se
l'azienda opera in modo contraddittorio rispetto agli interessi a lungo termine della comunità, le viene revocata alla fine la licenza di operare. Di fatto, la sua attività ne risulta compromessa, creando un danno innanzitutto all'azienda e ai suo azionisti. Pertanto, il comportamento socialmente responsabile è parte integrante dell'interesse a lungo termine dell'azienda e dei suoi azionisti.
Su questo terreno, quindi, ci muoviamo col convincimento che quello che facciamo è necessario e per nulla contraddittorio rispetto all'interesse dell'azienda e dei suoi azionisti. Facciamo così dappertutto, naturalmente anche in Italia, nella consapevolezza di essere la più grande azienda del Paese e di stare sotto i riflettori più che in altre parti del mondo.
GIORGIO CARTA. Vorrei fare una puntualizzazione. Non ho posto a caso il problema, anche perché avevo letto che esisteva un contenzioso.
Le mie domande erano le seguenti. È già stato instaurato il contenzioso? La politica può fare qualche cosa, o ormai la situazione è a un punto tale che la soluzione sarà solo di questo tipo?
PAOLO SCARONI, Amministratore delegato di ENI S.p.A.. Il nostro contratto conteneva, come molti altri, una clausola risolutiva e stabiliva cosa sarebbe successo se fosse stata messa in atto tale clausola. Prevedevamo, cioè, un arbitrato presso un cosiddetto tribunale arbitrale, che fa parte della Banca mondiale. In questo momento, l'arbitrato è a Washington. Richiederà ancora, credo, circa diciotto mesi o due anni.
Nel frattempo, sarei ben contento se si dovesse arrivare ad un tentativo di conciliazione. Infatti, l'ultima cosa che voglio è fare causa ai Paesi produttori, anche perché il mio mestiere non consiste nel fare causa, ma nel cercare il petrolio ed estrarlo. Insomma, è il contrario di quello che voglio fare Certo, se mi viene offerto un indennizzo di 100 per un bene che ritengo ne valga 1000, mi si tira per i capelli. Questo è il caso. Il Venezuela resta un grande Paese produttore, con 103 miliardi di barili. Ha il più grande giacimento di petrolio al mondo non sfruttato, o meglio, parzialmente sfruttato, che è la fascia dell'Orinoco. Quindi, naturalmente, resta per noi uno dei Paesi in cui ci farebbe molto piacere operare.
Mi auguro che nei prossimi diciotto mesi non manchino le opportunità per arrivare ad una soluzione transattiva del contenzioso.
PRESIDENTE. Dottor Scaroni, la ringrazio, anche a nome di tutti i colleghi, per questa occasione, che ci ha permesso di discutere di questioni molto complesse. Rivolgiamo un ringraziamento anche ai collaboratori che l'hanno accompagnata in questa audizione. Speriamo di incontrarci ancora per approfondire questi temi. In ogni caso, la sua relazione e le sue risposte ci saranno di grande utilità nel prosieguo dell'indagine conoscitiva.
Dichiaro conclusa l'audizione.
La seduta termina alle 15,10.